Il saggio di Davide Appi offre un’analisi provocatoria ma lucida del mistero dei misteri. Il punto di vista che propone è sicuramente interessante e ci impone di rivedere la morte, ma soprattutto la vita, da una prospettiva diversa. Più umana, meno pretenziosa. Questo saggio è un’importante occasione di riflessione su ciò che vivere, soprattutto in questo tempo, significa.

La morte è un errore tecnico
Il saggio di Davide Appi scuote in maniera provocatoria una speranza che molti portano dentro di sé: quella dell’esistenza di una vita dopo la morte. Lo fa in maniera scientifica, adducendo spiegazioni logiche a ciò che, per molto tempo, è stato indagato con assoluto rigore: le esperienze pre-morte, il presunto viaggio dell’anima una volta che si distacca dal corpo, la connessione con l’aldilà.
Tutto avrebbe una spiegazione pressoché fisica e biologica: connessioni neurali che dispiegano la loro energia fino all’ultimo istante possibile, a prescindere dalla morte del corpo; tunnel che non costituiscono un ponte verso l’infinito, ma l’esaurimento di una vita che si conclude.
È un punto di vista. Se qualcuno potesse invero rivendicare la pretesa di conoscere con assoluta certezza che cosa accada alla nostra anima dopo la morte, molto probabilmente il mondo intero ne verrebbe profondamente scosso. Sulla speranza di una vita ultraterrena, così come sulla certezza del vuoto assoluto dopo la dipartita, si è costruita la storia che conosciamo finora.
Questo profondo mistero deve indurci ad una riflessione, che prescinde dalle certezze con le quali abbiamo costruito la nostra esistenza.
La vita, qui ed ora, è l’unica cosa che possiamo essere sicuri di possedere. Certamente ciò che crediamo accada oltre la morte influenza in maniera significativa comportamenti, valori e direzioni che assumiamo. Ma questo non toglie ciò che molto spesso non consideriamo in maniera adeguata. La nostra vita è il valore assoluto. Qualsiasi cosa venga dopo, il tempo attuale è l’occasione che abbiamo per conoscere noi stessi, realizzarci, evolvere. Per relazionarci agli altri e lasciare che qualsiasi esperienza ci attraversi e ci permetta di crescere. La limitatezza della vita terrena non squalifica il valore di ciò che scegliamo di vivere. Certamente, per comprendere questo, dobbiamo accettare di assumere una visione meno autoreferenziale. Dobbiamo smettere di concepire la vita terrena come qualcosa che appartiene a noi soltanto. Le decisioni che prendiamo e il modo in cui scegliamo di affrontarla ha un peso sulle persone che incontriamo e sulle generazioni che raccoglieranno la nostra eredità. Se la nostra vita dovesse finire oggi, non possiamo negare che lasceremmo comunque un testimone. Un segno del nostro passaggio. Chi lo raccoglierà orienterà di conseguenza la propria azione. Non si tratta di compiere atti di altruismo, ma di autentica consapevolezza. Consentire al mondo di proseguire, di divenire migliore di come lo abbiamo abitato è un imperativo morale che trascende le religioni, le credenze, la vita oltre la vita. Sapere di aver vissuto pienamente restituisce un senso a ciò che l’essere umano è, al suo potere in quanto essere in relazione.
Questo saggio non contiene tutte le risposte. Ma alimenta domande. Quelle che, probabilmente, servono a vivere ancora più pienamente ogni istante che resta.