La necropoli dei sogni infranti è un racconto realizzato dalle studentesse del Liceo Ariosto di Ferrara Lucrezia Spada, Sara Magagna, Agata Grandi, Maria Antonia Draghici, Giulia Guariento e Anna Marivo. La protagonista è Clelia, una giovane ragazza che dovrà fare i conti con una Roma che vuole cambiare e una scoperta per lei sconvolgente, riguardo agli affari segreti di suo padre Lucio. L’oggetto che l’accompagnerà nell’avvicendarsi degli eventi è la lucerna di suo padre, il guardiano della necropoli.
Ma cosa sono le lucerne e per cosa venivano utilizzate?
Le lucerne erano le lampade dell’antichità. Erano costituite da un serbatoio, per contenere l’olio; un beccuccio; uno stoppino; un foro di alimentazione e un manico. Vengono suddivise in monoclini, a beccuccio unico e biclini o policlini, a due beccucci o più. Generalmente vengono realizzate in argilla, tuttavia, se erano destinate ad una funzione prettamente simbolica e decorativa, magari all’interno di edifici sacri, venivano realizzate in materiali preziosi o in marmo, molto pesanti e quindi non adatti al trasporto (Calascibetta 2016, p. 104). La lucerna aveva quindi un doppio utilizzo; quello pratico, che prevedeva la sua accensione, rabboccando dell’olio attraverso l’infundibulum, il foro di alimentazione, e infiammando lo stoppino, e quello simbolico. Quest’ultimo riguardava principalmente le lucerne riccamente decorate o più pesanti, ma anche quelle fittili, nel caso in cui queste facessero parte di culti per divinità specifiche o di rituali funerari o sacrificali. Ad esempio, Calascibetta afferma, facendo riferimento a culti specifici della Sicilia occidentale, che le lucerne costituiscono uno dei rinvenimenti più frequenti nei santuari dedicati al culto di Demetra e Persefone e nei Thesmophoria, il cui rituale presupponeva una permanenza notturna. Inoltre, durante le celebrazioni in onore delle dee Tesmofore, nella prima giornata (anodos) si svolgeva la processione sacra che dalla città giungeva al santuario, cui partecipavano le donne recanti fiaccole o lucerne. A essa vengono connesse le lucerne policlini fornite di sostegno verticale, o di cavità centrale funzionale all’inserimento di un sostegno ligneo, definite appunto “lampade da processione” (Ibidem).
Per quanto concerne il panorama funerario, la lucerna è il simbolo della luce che guida i defunti nell’aldilà. Pertanto, era usanza porre una di queste nel corredo funebre di un proprio caro, come augurio per un luminoso cammino; ciò viene attestato dalla grande quantità di lucerne, generalmente fittili, che è emersa negli anni, e che continua ad emergere, dalle necropoli romane. Le lucerne fittili, come quella che Clelia utilizza nel racconto, venivano realizzate con un impasto depurato, fine, che una volta cotto assumeva una tonalità che variava dal beige-arancio al grigiastro. Spesso vengono trovati esemplari anneriti dall’utilizzo o dall’esposizione alle fiamme della pira funebre (Brecciaroli Taborelli 2011, p.184). Le pareti della lucerna sono, solitamente, molto sottili. Talvolta, sulla parte superiore vi sono dei bassorilievi e delle decorazioni raffiguranti soggetti di varia natura.
Annalisa D’Avolio
La necropoli dei sogni infranti
C’era un tempo in cui la necropoli non faceva paura. Chi camminava tra le tombe non era spaventato dal pensiero della morte o dallo scorrere del tempo. Al contrario, in quell’aria che poteva sembrare pesante, le persone riuscivano a sentire qualcosa di più: i ricordi, le emozioni, quasi come se le storie dei defunti si potessero ancora ascoltare. È proprio in una città dei morti che si svolge la nostra storia, accaduta tanto tempo fa. Era una notte tranquilla, con le stelle e le luci delle lucerne che si confondevano nel buio, e una lieve nebbia a coprire tutto. Lucio Cornelius prese per mano la figlia Clelia, e insieme si incamminarono verso la necropoli. Lucio lavorava lì, aveva il compito di vegliare sui morti. La città dormiva silenziosa, ma il cuore della bambina batteva forte, pieno di emozione. Quando arrivarono, Lucio accese una lucerna. Clelia la conosceva bene: sapeva dove era rovinata, l’aveva vista così tante volte nelle mani del padre che ne ricordava anche i disegni incisi. Era vecchia, e la fiamma non era più forte come un tempo, ma anche quella sera illuminava il cammino tra le tombe. Per Clelia quel posto non faceva paura, anzi, le sembrava un luogo magico. Ad un certo punto si fermarono, Lucio prese di nuovo la mano della figlia. La sua, forte e segnata dal lavoro, si intrecciava a quella piccola e morbida della bambina. Poi le parlò, con voce calma e bassa, come se non volesse disturbare i morti: “Se mai commetterai un errore, e il senso di colpa ti farà stare male, parla con i defunti. Le loro anime ancora abitano queste tombe. Sono corpi che non parlano più, ma celano storie di vite vissute. Puoi raccontare tutto a loro. Non sveleranno mai i tuoi segreti.” Quelle parole colpirono Clelia. Anche se allora non ne capì del tutto il significato, non le avrebbe mai dimenticate. Quella notte rimase dentro di lei come un ricordo inciso e mentre cresceva e diventava una giovane donna, qualcosa in lei restava lo stesso: la curiosità. Era stata cresciuta per essere intelligente e coraggiosa, e le sue domande erano sempre tante. Un giorno d’estate, arrivarono delle lettere da lontano, pergamene rovinate dal viaggio, indirizzate a Lucio. Sbirciando tra di esse, trovò un nome che la lasciò attonita: Catilina. Il cuore le si strinse. Quell’uomo era temuto. Perché Lucio aveva ricevuto una lettera da lui? Era forse in pericolo? Spaventata da quello che poteva esserci scritto, Clelia decise di non consegnarla. Forse aveva tradito la fiducia del padre, ma sentiva che era la cosa giusta da fare. Tornata a casa, nascose la lettera sotto il cuscino, non sapendo che fare. Ma quella notte i pensieri la tormentarono. Si svegliò, spinta dalla curiosità, e prese una decisione. Estrasse la lettera, afferrò la lucerna del padre e, in silenzio, uscì di casa. Camminava veloce, non poteva farsi vedere: era una donna con una lettera che non le apparteneva. Sapeva bene dove stava andando, voleva nascondersi e voleva proteggere il padre. Quando arrivò alla necropoli, il padre non era lì, cosa insolita ma per lei ora utile. La fiamma della lucerna allungava la sua ombra tra le pietre. Si sedette in un angolo e prese un respiro profondo, poi iniziò a leggere.
Ai miei fedeli, uomini valorosi e decisi, salute e forza. Il tempo delle parole è terminato. La Repubblica, ormai corrosa fino all’osso, ci ha dimenticati. I potenti si arricchiscono grazie al popolo e il Senato, cieco e corrotto, ci nega ciò che ci spetta dalla nascita, per il nostro valore e i nostri diritti! Ma io ora vi esorto ad unirvi a me, perché il destino è ormai nelle nostre sole mani. È tempo di colpire. Siate pronti. La notte ci nasconderà mentre il canto delle armi deciderà il futuro di Roma. Non fatevi avvolgere dalle ombre del terrore. Rimaniamo uniti e questa città sarà libera e nostra.
Catilina
Clelia non credeva ai suoi occhi. Il cuore le batteva così forte che sembrava volesse uscirle dal petto. Perché suo padre era coinvolto in una situazione simile? Forse era per questo che passava le sue giornate tra i morti, al sicuro, lontano da chi poteva scoprirlo. Ora capiva davvero cosa volesse dire quel consiglio di tanti anni prima. Con le lacrime agli occhi, Clelia strappò la lettera. Voleva cancellarla, alla fine la bruciò. Le fiamme le illuminavano il viso, le lacrime scendevano silenziose. Aveva paura, non sapeva cosa aspettarsi dal futuro, non sapeva a cosa avrebbe portato il piano di Catilina e non capiva perché suo padre era coinvolto. Questo avrebbe messo in pericolo la sua famiglia? Perché il padre aveva scelto di agire così? Era spaventata, delusa e confusa. Quando il fuoco si spense, della lettera non rimaneva più nulla. Solo le ceneri. Clelia tornò a casa, lasciandosi dietro un dolore che non l’avrebbe mai abbandonata. Quella notte, come potete immaginare, Lucio non partecipò alla congiura, non ricevette la lettera. La figlia lo aveva salvato, anche se lui non lo seppe mai. Passarono gli anni e Lucio morì. Alla sua morte, le sue ceneri vennero deposte proprio nella necropoli dove aveva lavorato per una vita. Clelia, nel suo silenzio, si chiedeva se gli altri lo avessero mai davvero conosciuto. A volte pensava che solo i morti lo conoscessero davvero, eppure non furono clementi con lui. La notte in cui Clelia bruciò la lettera, le anime dei defunti la sentirono piangere dalla paura e dall’incertezza, e così pensarono che Lucio fosse colpevole di qualche ingiuria. Pertanto, nell’aldilà, venne punito. Proprio lui, che aveva sempre trattato i defunti con rispetto, non ricevette da essi lo stesso trattamento. Tutto per colpa di un triste equivoco.
Lucrezia Spada, Sara Magagna, Agata Grandi, Maria Antonia Draghici, Giulia Guariento, Anna Marivo