L’errore è un racconto con una morale semplice ed efficace: non lasciate cadere nell’ oblio i vostri errori, permettete loro di insegnarvi ancora qualcosa!
L’errore
“Se mi perdi ancora non avrai scampo! Ti aspetto dove tutto è iniziato!”.
Era un invito anonimo. Una firma bizzarra: il tuo errore.
La lettera arrivò la stessa notte a quattro persone. O meglio, quattro sopravvissuti.
Lorenzo Serra, l’ispettore, fu il primo a partire. Era appena rientrato e quella lettera lo lasciò di sasso,
si rimise in macchina senza neppure andare in bagno.
L’indirizzo sulla busta lo aveva riportato dove non voleva più mettere piede: una vecchia villa abbandonata ai margini di un paese che non esisteva più sulle mappe.
Ad attenderlo c’era Irene Bassi, la psicologa. Aveva il viso scavato, la voce sottile.
«Anche tu l’hai ricevuta?»
«Sì. E non ho mai detto a nessuno cosa c’era scritto.»
Uno dopo l’altro arrivarono anche gli altri: Mattia, ormai adolescente, e una donna sulla cinquantina: la maestra. Nessuno la chiamava più per nome. Aveva smesso di insegnare dopo una tragedia mai chiarita.
Si guardarono. Nessuno parlò.
Non era necessario, si riconobbero. I loro occhi si riconoscevano.
Bastava così.
Erano lì, in attesa.
Lui, il padrone di casa, li aspettava da sempre.
Era stato molto paziente.
All’interno della villa, tutto era polveroso.
Una sola stanza era illuminata. Entrarono uno dietro l’altro, senza guardarsi.
Era una saletta con quattro sedie in cerchio e al centro, un vecchio specchio incrinato.
Sopra ogni sedia, un foglio con una scritta.
I nomi non erano proprio i loro ma nessuno fece fatica a riconoscere il proprio:
iI Vigliacco, la Negatrice, l’Indifferente, il Testimone.
Si sedettero in silenzio e la porta si chiuse da sola alle loro spalle.
La luce si affievolì. Le voci iniziarono… erano nitide e forti.
Non provenivano dalla stanza.
Erano riconoscibili:
«Non hai mai parlato di quello che hai visto.»
«Hai scelto di non sentire.»
«Hai avuto paura di ammettere chi sei.»
«Hai detto che non era tuo compito.»
Non ci si poteva confondere; erano le loro voci.
Si guardarono.
Gli errori commessi e non riconosciuti li avevano convocati.
Lo specchio si accese. Ognuno vide ciò che prima non aveva voluto vedere.
Serra vide la notte in cui falsificò un rapporto.
Irene vide la registrazione che cancellò.
Mattia vide se stesso… fermo, mentre l’uomo senza volto apriva la porta dei suoi genitori.
La maestra vide la piccola Sara, urlare senza voce.
«Basta!» gridò Irene.
Lo specchio si spense. Le voci tacquero.
Dal buio emerse una figura. Non aveva volto. Ma ognuno riconobbe il proprio errore.
Iniziò a parlare con una voce senza inflessioni e senza eco:
“Non sono qui per punirvi. Sono ciò che avete nascosto.
Sono la parte che avete rinnegato.
Non sono il mostro. Sono la soglia.
Chi mi attraversa… cambia.
Chi mi nega… scompare.”
La porta si riaprì. Ma nessuno si mosse.
Mattia fu il primo ad alzarsi.
«Io ho taciuto. Per paura. Ma ora parlo. Tu sei mio. Non io tuo.»
L’Errore fece un passo indietro. Un’incrinatura si aprì nel suo petto. Dentro, nessun cuore. Solo uno specchio.
Serra fu il secondo:
«Ho firmato bugie. Ora firmo questo.»
Ruppe il distintivo sul pavimento.
La maestra e Irene si guardarono. Non c’era redenzione, ma c’era la libertà di scegliere.
Uno alla volta, silenziosamente si riappropriarono del proprio Errore e se ne andarono, come erano venuti.
Nessuno parlò più di quella notte ma qualcosa era cambiato.
Serra lasciò la polizia e aprì uno sportello per denunciare i crimini nascosti.
Irene tornò a occuparsi di bambini, questa volta ascoltandoli davvero.
Mattia divenne illustratore: disegnava ombre… e come affrontarle.
La maestra ricominciò da capo, in una scuola piccola, dove insegnava una sola lezione:
come riconoscere l’Errore e non averne più paura.
Psss. Sapete chi sono diceva ammiccante ai suoi piccoli ascoltatori? Sono l’errore.
Mi avete incontrato spesso, qualche volta, molte volte.
Avete fatto finta di non conoscermi.
Avete negato la mia esistenza.
Mi avete vissuto come una minaccia.
“Non ti conosco. Mi vergogno di te!
Non l’ho fatto io”, avete pensato, ma io sono l’errore; proprio io, l’errore.
Smettetela di negarmi, di buttarmi via, di voltarvi per non riconoscermi.
La mia perdita vi rende fragili.
Senza riconoscermi non si cresce, non si sente, non si impara
Non perdetevi più.
Sono il vostro compagno fedele.
Sono quello che vi ricorda la vostra natura umana.
Sono quello che vi aiuta a perdonarvi e a riparare.
Sono quello che non si può non riconoscere, che non si può perdere.
Non perdetemi più, riconoscetemi e accettatemi.
Sono io l’errore.
Sono io, sono te, sono ciascuno di voi.
Paola Bastianoni