Tirarsi indietro solo per prendere la rincorsa: Fondazione Imoletta dà voce ai padri

attraverso il gruppo “Fare il papà senza il libretto di istruzioni”.

Diventare padre senza avere un libretto di istruzioni significa imparare mentre si cammina,

affrontando sfide che cambiano ogni giorno e che spesso non trovano risposte immediate.

Per molti padri di bambini e ragazzi con disabilità, però, questo percorso può diventare

ancora più complesso, perché le domande non riguardano solo la crescita del proprio figlio,

ma anche la gestione degli imprevisti, la costruzione di nuove competenze e la necessità di

reggere un carico emotivo importante. È in questo scenario che Fondazione Imoletta ETS,

attiva nel sostegno ai giovani con disabilità complesse e alle loro famiglie, ha scelto di dare

forma al primo gruppo del territorio ferrarese dedicato esclusivamente ai padri,

riconoscendo l’urgenza di uno spazio che mancava.

I padri che hanno iniziato a frequentarlo parlano subito di sollievo. Molti raccontano che

hanno deciso di partecipare “per confrontarmi con altri genitori e ascoltare esperienze

simili”, perché poter condividere il proprio vissuto con chi lo comprende davvero fa la

differenza. La consapevolezza di “non essere soli” ricorre spesso nelle loro parole ed è forse

il beneficio più immediato: un appoggio emotivo che non giudica, non pretende, non chiede

spiegazioni.

La novità determinante, sottolineano tutti, è che si tratta di uno spazio solo per padri. In altri

contesti, raccontano, il confronto diretto con le madri, spesso più abituate a parlare

apertamente del percorso familiare, può generare esitazione o trattenere le parole. Qui

invece, dicono, “si costruiscono relazioni e appartenenza”: non c’è bisogno di mostrarsi forti

né di trattenere le proprie fragilità. Lo spazio maschile permette ai vissuti paterni di

emergere senza sovrapposizioni, senza ruoli prescritti, senza aspettative esterne.

All’inizio molti erano esitanti, perché “non è facile aprirsi e raccontare esperienze così

personali”, ma con il tempo la fiducia cresce. I padri sottolineano che “confrontarsi è sempre

positivo”: parlare con chi “ha già vissuto situazioni simili” aiuta a ridimensionare le paure e a

non sentirsi soli, rendendo “più facile affrontare il futuro con consapevolezza”.

Per facilitare l’apertura, ogni incontro si apre con un’attività di attivazione che stimola la

narrazione: domande accompagnate da carte Dixit, brevi letture di testi scritti da padri o

domande-stimolo sui vissuti. Il gruppo è affiancato anche da una chat discreta, pensata per

mantenere il contatto tra i partecipanti, sostenere le relazioni nel tempo e condividere

occasionalmente spunti di riflessione sulla paternità. Gli incontri prevedono, accanto al

lavoro metodologico, una dimensione conviviale, con la condivisione di cibo e bevande, che

contribuisce a creare un clima accogliente e familiare e rende più naturale l’ascolto, il

dialogo e il raccontarsi. Il valore del gruppo non dipende dalla ricerca di soluzioni

immediate. Molti riconoscono che si esce arricchiti anche quando non si trovano risposte

concrete. “È importante parlare”, dicono, perché la condivisione permette di guardare le

cose da più prospettive, di smontare visioni troppo cupe, di sentirsi compresi in profondità.

Lo spazio diventa così una sorta di contenitore sicuro in cui poter mettere pensieri e timori

senza il rischio di essere fraintesi: un luogo dove esprimere vulnerabilità non è una

debolezza, ma una risorsa.

Accanto alla dimensione emotiva emerge una forte attitudine alla ricerca attiva: molti padri

parlano della volontà di “cogliere spunti” e “cercare soluzioni”. Il gruppo non è solo un

ritrovo, ma un laboratorio informale in cui si condividono strategie, accorgimenti pratici,

modi per affrontare le difficoltà quotidiane. Ognuno porta un pezzo della propria esperienza

e allo stesso tempo attinge a quella degli altri, alimentando uno scambio continuo che

restituisce fiducia e possibilità.

Nelle testimonianze prende forma anche un’idea intensa della forza paterna. È una forza

che non ha nulla a che vedere con l’invulnerabilità, ma con la capacità di restare. Molti

parlano della “forza di restare”, della “forza di esserci sempre”, anche quando l’energia

vacilla e la fatica rischia di diventare schiacciante. Alcuni la descrivono come un “fuoco”

interiore che va protetto e alimentato per “non mollare mai”, soprattutto nelle giornate

“psicologicamente più distruttive”. Ed è proprio qui che il gruppo fa la differenza: nel

sostenere questo fuoco, nel tenerlo vivo attraverso il rispecchiamento, la solidarietà

spontanea, il racconto di come altri abbiano retto nelle stesse condizioni.

Uno dei papà ha proposto uno slogan diventato simbolo dello spirito del gruppo: “Tirarsi

indietro solo per prendere la rincorsa.” Una frase che molti hanno sentito immediatamente

propria, perché riconosce la realtà dei momenti di cedimento e, allo stesso tempo, la

possibilità che da quei momenti nasca nuova energia.

Alla fine, il gruppo creato da Fondazione Imoletta ETS diventa molto più di un

appuntamento mensile. È un luogo in cui i padri possono mettersi in ascolto di sé attraverso

gli altri, costruire reti di sostegno, riconoscersi nelle storie altrui e trovare un modo nuovo di

abitare la propria paternità. Uno spazio dove nessuno deve affrontare il percorso da solo e

dove la forza non coincide con la solitudine, ma con la possibilità di essere sostenuti. Un

luogo, soprattutto, in cui diventare.

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