La sensazione di quella maniglia tra le mani che Anna aveva cominciato ad alzare e abbassare in maniera quasi ossessiva, senza che la porta cedesse di un millimetro, le restituì un senso di profonda angoscia. Per la prima volta, da quella stessa mattina, ebbe paura del luogo in cui si trovava. Il senso di sicurezza che le avevano trasmesso le mura e tutte quelle “A” ricamate intorno a lei cominciarono ad assumere le sembianze di una prigione. Perché, se era vero che si trovava a casa sua, vi era rinchiusa dentro? Perché Stefano non era a casa? Perché non le aveva lasciato nulla per cena, né un solo spicciolo per procurarsela?
Immersa in questi pensieri, quasi non si accorse che, dall’altra parte, qualcuno stava girando la chiave nella toppa. Quando il viso di Stefano le si stagliò di fronte, fermo e severo, un sussulto le morì in gola.
“La porta non si apriva” riuscì solo a dire, come se l’avessero scoperta a compiere qualcosa di illecito.
“L’ho chiusa prima di uscire” rispose Stefano “pensavo che avresti voluto dormire ancora un po’”.
“Avevo fame” si giustificò Anna mentre, con sguardo sollevato, osservava suo marito mentre appoggiava sul tavolo una busta contenente alcune vivande. Probabilmente era uscito per fare la spesa.
Stefano apparecchiò la tavola in silenzio, disponendo sul piatto una coscia di pollo ben cotta e delle verdure al vapore. Affamata, Anna cominciò a divorare avidamente le pietanze, utilizzando il tovagliolo con la “A” ricamata per pulirsi le mani sporche di unto.
Presa dall’appetito non aveva notato qualcosa di strano. Stefano era seduto di fronte a lei, ma per sé non aveva disposto alcun piatto. “Tu non ceni?” gli domandò curiosa. “Ho mangiato qualcosa fuori, mentre aspettavo che ti svegliassi”.
“Potevo occuparmi io della spesa” si schermì Anna. Non le piaceva la sensazione che le trasmetteva l’idea di essere servita e riverita. “Mia madre si occupa di preparare la cena Anna. Sono andato da lei a prendere qualcosa di pronto. Ha detto di salutarti”. Sua madre. E così, oltre ad un marito, aveva anche una suocera. Peccato non avesse avuto l’iniziativa di portargliela lei la cena, se non altro avrebbe potuto ringraziarla. “Tua madre è stata molto gentile” pronunciò piano, celando un leggero imbarazzo per quella cortesia che non sapeva se e come avrebbe potuto ricambiare. “Lo sa che non ti piace cucinare. E poi avevi bisogno di riposare”.
“Perché non riesco a dormire, Stefano? Oggi mi hai detto che vado sempre alla spiaggia quando non riesco a dormire. Perché mi succede? E perché proprio alla spiaggia?”.
Stefano le allungò un bicchiere colmo d’acqua. “Non hai ancora bevuto” le disse premuroso. Anna bevve avidamente, il pollo le aveva lasciato una scia salata sulle labbra. Appoggiò il bicchiere e il suo sguardo catturò il filo dorato che attraversava la “A” ricamata sul tovagliolo. Istintivamente lo toccò con l’indice e il contatto con quella trama ruvida le restituì un’immagine, sfocata, eppure abbastanza chiara nella sua mente: un fazzoletto di lino, sottile, con il bordo blu. Ed un piccolo disegno in uno degli angoli, forse una cifra. Forse due. Ma era difficile da distinguere.
“Dov’è il mio fazzoletto?” chiese all’improvviso, come se si fosse svegliata da un sogno. “Quale fazzoletto?” disse Stefano. “Quello che avevo stamattina quando mi sei venuto a prendere alla spiaggia. Avevo un fazzoletto. Ma poi non l’ho trovato più”.
“I vestiti che ti sei tolta stamattina sono in tintoria. Presto andrò a ritirarli” le spiegò Stefano.
“Posso occuparmi io del bucato. Non c’è bisogno che ti disturbi. Posso tranquillamente lavare e stirare i vestiti. E posso anche cucinare. Non è giusto che tua madre pensi a tutto. Che ci vuole a cuocere una bistecca? Basta prendere una padella…” disse queste parole mentre si apprestava ad aprire una scansia qualsiasi. Quando aprì lo sportello, si accorse che la mensola era vuota.
“Non c’è la padella Anna. E nemmeno il ferro da stiro. Mia madre è una bravissima cuoca e la tintoria all’angolo ci fa un prezzo di favore. Siamo ottimi clienti. Non abbiamo alcun bisogno che ricominci ad occuparti della casa”. Si interruppe, come se qualcosa che aveva appena pronunciato lo avesse tradito. “Perché ho smesso Stefano? Perché non cucino, non lavo e non stiro più? Perché in casa non c’è nulla, a parte un vecchio corredo con le mie iniziali e ciò che serve per mettere in tavola un pasto che non posso cucinare, dal momento che non ho nemmeno una padella da mettere sul fuoco?”. Il suo tono ed il suo sguardo attendevano una risposta, che non fu in alcun modo quella che lei si aspettava. “Mi hai chiesto tu di togliere tutto Anna. Hai tenuto solo i vestiti, il corredo e le stoviglie che vedi. Non hai più voluto niente in casa, dopo l’incidente”.
Non era sicura di aver udito le ultime parole. A dire il vero, la mente le si era annebbiata da prima, da quando avevano cominciato a parlare della tintoria e dei vestiti che aveva smesso di stirare. E, prima che se ne rendesse conto, era di nuovo scivolata in quel limbo fatto di tutto e di niente che precedeva un sonno senza sogni.
Continua…
Monica Betti