Vivendo in un angolo di pianeta, in una piega del tempo, in cui le benedizioni sopravanzano le disgrazie, la percezione delle derivate e del mondo attorno costringe a chiedersi fino a quando. Se questo sia parte del nostro venir vecchi o del venir vecchio del mondo è difficile a dirsi. Bisognerebbe avere un piano, non essere ciascuno così solo oppure credere che un lato della scatola possa aprirsi, non sfondandolo a forza ma abbandonandosi ad esso perché accolga la nostra resa. “I viventi vivono così spensierati, noncuranti / che i morti ne strabiliano. / Ridono tristi ed esclamano, ah, ragazzi, / anche noi eravamo così. Proprio uguali. / Fiorivano le acacie. / Gli usignoli fischiavano fra i rami, sopra di noi.

Valzer

Sono così sgargianti i giorni, così chiari
che la polvere bianca della disattenzione
copre persino le rare esili palme.
Le serpi scivolano silenziose nelle vigne,

ma alla sera il mare si fa cupo e i gabbiani
sospesi nell’aria si muovono appena,
punteggiatura di un più alto scritto.
Sulle tue labbra una goccia di vino.
Le montagne calcaree all’orizzonte si dissolvono
lente mentre una stella appare.
La notte, in piazza, un’orchestra di marinai
in uniformi bianche immacolate
suona un valzer di Šostakóvič ; piangono
i bimbi, come se intuissero
di cosa parla quella musica allegra.
Siamo stati rinchiusi nella scatola del mondo.
L’amore ci renderà liberi, il tempo ci ucciderà.

Adam Zagajewski

[da Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005.

A cura di Krystyna Jaworska.

Biblioteca Adelphi, 2012, Adelphi Edizioni

I versi che concludono il mio commento vengono dalla stessa fonte, poesia Requiem per i viventi]

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