L’oggetto protagonista del racconto Herbae Matris, scritto dalle studentesse di Manager degli Itinerari Culturali (MIC), presso l’Università degli Studi di Ferrara, Denise Gnoffo e Alice Navarra, è l’olla cineraria. Ma cos’è un’olla e come veniva utilizzata in antichità?
Le olle prevedevano un doppio utilizzo: potevano essere impiegate a scopo domestico, per conservare o preparare vivande, o funerario, per contenere le ceneri dei defunti. Venivano generalmente realizzate in terracotta o ceramica comune sin dall’antichità, ma potevano anche essere rivestite o realizzate con materiali più preziosi. Dagli inizi dell’età imperiale, per esempio, si sviluppò l’utilizzo delle olle in vetro. Per quanto riguarda le olle fittili, in alcuni casi venivano riutilizzati vasi di uso comune, cui si attribuiva una nuova funzione: quella di contenere le ceneri dei defunti. Talvolta, un recipiente ceramico utilizzato da un individuo durante la vita poteva essere poi impiegato per accogliere i suoi resti, assumendo così un nuovo valore simbolico.[1]
Nel racconto Herbae Matris, l’olla diventa un oggetto salvifico, che permette di miscelare erbe e preparare rimedi naturali medicali, ma assume anche un valore simbolico e affettivo per la protagonista. Le vicende vengono narrate in prima persona dal personaggio principale, “la medica”, attraverso un diario nel quale racconta i suoi pensieri, le sue paure e il suo quotidiano. La storia è ambientata a Roma, durante un periodo difficile per la città causato dalla rapida diffusione di un’epidemia letale. La malattia e la morte sono una costante per la nostra eroina ma, nonostante ciò, viene colta impreparata quando a morire è la persona più importante della sua vita. Herbae Matris è un racconto potente, in cui le protagoniste sono le donne, madri e figlie, che portano avanti tradizioni e saperi antichi utili a tutta la comunità e che conoscono e indagano la natura che le circonda.
Herbae Matris
XXI Iulius :
Gentili Lettori del futuro, o così spero fantasticando su chi un giorno possa trovare questo mio diario, mi trovo a Roma, il sole cocente, il caldo afoso, non faceva così caldo dagli anni delle spedizioni in Gallia, gli anni del “Caldo Romano”, proprio in quegli anni la febbre quartana cominciò a diffondere morte e terrore tra le strade.
Le credenze popolari sulle malattie creano disperazione e convinzioni deliranti nelle persone, io da medica non ci credo a quei deliri, la visione della sofferenza e dell’impotenza dell’essere umano contro la natura mi ha già segnata troppe volte.
In città tutto tace da giorni, l’epidemia ormai è diffusa in ogni dove, ma continuiamo senza sosta a cercare un rimedio a tutto questo.
Noi donne non siamo nemmeno realmente tali; “Mediche”. Non potendo studiare come gli uomini. Ci è però concesso di agire e prenderci cura dei malati in queste situazioni grazie a rimedi che ci vengono tramandati dalle donne della nostra vita, per questo mi definisco come tale, “Medica”, mi è sempre piaciuto definirmi con accezioni che non siano semplicemente mamma o moglie.
XXX Iulius:
Il sole non smette di battere, e il mio cuore si sincronizza a esso. Cammino lungo la strada del tempio, testa china, continuo a scrivere di getto tutto ciò che mi sta succedendo dall’inizio dell’estate, sento qualcuno che mi prende la mano, mi devo fermar…chiedo venia ai gentili seguaci della mia storia, era solo un bambino, mi ha offerto una nocciola, ancora abbracciata del suo guscio, non mi ha detto nulla, solo aperto la mano e regalato un sorriso, un cucchiaio di miele dopo l’amaro alloro, così diceva mia madre in situazioni come questa. Continuo a camminare e non riesco a scordare quel sorriso, mi ricordava il mio;
quando avevo 7 anni, mia madre Lucilla mi regalò la mia preziosa olla delle erbe, non era altro che un’olla cineraria costruita da suo padre, mio nonno, che di mestiere faceva il vasaio, specializzato nella realizzazione di olle cinerarie di tutti i tipi e per tutte le esigenze.
Ricordo bene quel giorno; il caldo era talmente soffocante che persino i marmi del Foro sembravano sudare. Mia madre mi aveva portata con sé alla vecchia bottega del nonno, ricordo l’odore dell’argilla bagnata, dei pigmenti, della cenere, che nonostante il tempo, non se ne andava; la stanza era buia, illuminata solo da piccoli spiragli che lasciavano entrare il sole come lame.
In quel momento, da un piccolo spiraglio di luce all’angolo della stanza, vidi sbucare da un telo bianco, dei colori brillanti, era lei, la mia olla, avvolta in quel manto di stoffa come un bruco nel suo bozzolo…mi avvicinai cauta, presi il lembo superiore della tela, e lo scoprii con delicatezza, fu in quel momento che vidi la “farfalla”.
Era semplice ma complessa, trascendentalmente contraddittoria;
non pronunciai parola, fu mia madre a rompere il silenzio, parlandomi con voce calda e nostalgica degli scheletri della bottega. Mi scalda il cuore pensare a come tutto è iniziato, quando la mia olla era solo luogo di intrugli di una bambina sognatrice nella sua cubicola. Da quando ho cominciato a praticare gli insegnamenti medici di mia madre assieme a lei, la mia compagna -l’olla- è diventata invece, luogo di nascita di reali cure.
Durante l’inverno, ad esempio, sono molteplici le terapie che eseguiamo a base di menta, salvia, timo e miele contro i destabilizzanti raffreddori portati dalla stagione della neve;
Questa volta però è diverso, tra le strade la chiamano “Febris” come la temuta dea portatrice di fatalità;
XXX lulius (sera…)
Finalmente posso rifugiarmi qui dopo una giornata lunga come quella di oggi, scrivere mi ha sempre aiutato a scappare dalla realtà, ma il tempo non è così clemente, non guarda in faccia nessuno, scorre come il Tevere: a tratti lento e dolce, a tratti in piena, pronto a portarsi via tutto.
L’epidemia non accenna a fermarsi. Le strade sono sempre più vuote, le urla dei sofferenti riecheggiano di notte come lamenti di anime sospese, ed io mentre appoggio la penna nell’inchiostro sento quelle grida come un’eco dentro di me.
Mia madre dice che è in questi momenti che si vede la vera forza delle donne. Io non so ancora cosa significhi davvero essere forte, ma so che quando stringo la mia olla tra le mani, non ho più paura; è sempre con me anche mentre scrivo, ricordo che da piccola (quando scrissi uno dei miei primi diari, alquanto divertente e infantile aggiungerei), guardavo gli altri bambini e continuavo a chiedermi come potessero essere felici di giocare a “mosca di rame” o saltare con la orbis o addirittura nel trochus, quando io avevo la compagnia migliore di tutte. Mi piacerebbe tornare a quei tempi…. solo io, la mia olla, e la spensieratezza di una bambina.
XI sextilis
Ave o miei lettori immaginari, ave o mio diario, mi sono svegliata da poco, ho preso la mia olla e ho raccolto qualche erba dietro casa, ed ora mentre addento queste focaccine fatte da mia madre… ancora non riesco a capire cosa ci metta dentro per farle così buone… scusate, sto divagando, dicevo! scendo nella domus con passo accelerato, la strada è in discesa e mi lascio trasportare.
Alzando il capo intravedo già il Templio di Apollo, li si rifugiano i malati, coloro che continuano a pregare, come se quello che sta accadendo sia una punizione divina di massa. Entro. La luce filtra appena, e l’odore di sudore e sangue si mescola in un’aria densa, quasi pesante, ripongo il diario nella mia cesta.
Sono finalmente a casa, è stata una giornata infinita, ma ce l’abbiamo fatta.
Non riesco a smettere di pensare a quel “valore dell’olla” di cui parlava mamma anni fa. Ricordo quella giornata come se fosse ieri, era una sera d’estate le lucciole tremolavano tra le foglie e i fichi cadevano maturi dalla pianta. Mia madre, seduta a gambe incrociate (lei si siede sempre così), stava lucidando l’olla. Io la osservavo, come sempre, in silenzio.
«La tua olla non è solo un recipiente,» disse. «È una soglia. È un luogo di passaggio. Tra il prima e il dopo. Tra la paura e la cura. Tra la morte e la possibilità.»
Io come al solito risposi stupidamente di getto: “Ma è solo terracotta”
Lei sorrise, e con la sua innegabile dolcezza mi disse «Anche noi siamo solo carne e ossa. Eppure… guarda cosa possiamo contenere.»
Ora capisco quelle parole, capisco cosa volesse dirmi mia madre; la mia olla non è solo la mia eredità. È la mia scelta.
Scelgo ogni giorno di portarla con me, di riempirla, svuotarla o usarla per aiutare gli altri. Di tramandare i gesti, le ricette e le parole.
VII October
Carissimi, ho finalmente un attimo di tempo per raccontarvi di quello che sta succedendo. L’inverno sembra essere arrivato in anticipo, non esistono più notti miti o brezze tiepide; l’aria sa di fumo e paura.
La città sembra essere schiacciata da un peso enorme e invisibile.
Abbiamo avuto dei momenti di pace, dove tutto sembrava finito, o quasi, ma la febris non aveva smesso di colpire, si stava preparando ad essere più feroce e subdola; anche le vite dei bambini più forti si sono spezzate.
Come se non bastasse, mia madre stamattina, all’alba, ha avuto la brillante idea di partire per andare a cercare una nuova radice che aveva la capacità di abbassare la febbre, gliene ha parlato una vecchia guaritrice etrusca. Ma dico io, vi sembra il caso di partire per un viaggio con la città in queste condizioni? Se le dovesse succedere qualcosa? Non lo so, meglio non pensarci, ho fiducia in mia madre e nelle sue capacità.
VIII october
Mia madre non è ancora tornata. Non trovo la forza di fare nulla, oggi non ho curato, non ho cucinato, non ho fatto NULLA. Ė come se avessi un mattone pesantissimo schiacciato sul petto.
Io l’aspetto, qui, affacciata alla finestra.
X October
Ancora nulla…
XII October
Miei lettori…stamattina, mentre ero affacciata alla finestra, abbracciata alla mia olla, aspettando il ritorno di mamma, ho visto avvicinarsi alla porta Tullia, una delle sue amiche più fidate. La conoscevo bene, spesso giocava con me e mamma, oppure ci accompagnava nella raccolta delle piante.
Ha bussato alla porta e quando le ho aperto ho subito capito che stava per dirmi qualcosa che non avrei mai voluto sentire.
“Ė caduta, tornando dal bosco, forse la febbre era già in corpo. Non lo sapremo mai. L’ho trovata nei cespugli”, le uniche parole che pronunciò.
Ho iniziato a percepire attorno a me il ronzio che si avverte prima di svenire, ma io non stavo svenendo, ero sveglia e immobile.
L’olla mi tremava tra le mani, era come se, tutto d’un tratto, il mondo si fosse fermato; strinsi forte l’olla al petto e scoppiai in un agonizzante pianto.
Continuo a piangere da allora, il mio rotolo di papiro bagnaticcio comincia ad assorbire la fuliggine dell’inchiostro creando delle macchie collose; non piango nemmeno per la morte in sé, purtroppo, arriva l’ultima alba per tutti; mi tange la consapevolezza di non avere una risposta a tutte le domande rimaste sospese, per tutto ciò che ora pesa solo su di me.
Non è il fatto che tu te ne sei andata a ferirmi, mamma, è il fatto che tu lo hai fatto ADESSO, è presto, avevamo ancora tante cose da fare insieme.
XIV October
Ieri sera Tullia è tornata a farmi visita, è entrata senza proferire parola, per un attimo il suo sguardo compassionevole si è posato su di me, poi, dalle mani nascoste dietro la sua schiena è apparso un mantello. Non servivano parole, avevo capito cosa volesse fare.
Ho preso il mantello, stretto, cercando di deglutire il dolore che stavo per rigettare, mi sono alzata e siamo uscite di casa. Durante il nostro viaggio sentivo la voce di mia madre accarezzare l’aria, non riuscivo a smettere di pensare che non l’avrei più sentita…scusate, ma è difficile realizzare tutto questo; eravamo ormai addentrate nel bosco vicino a casa quando Tullia cominciò a rallentare il passo, mi guardò appena, mi fece un cenno con il capo, e in rispettoso silenzio mi avvicinai a lei. Era lì, mia mamma, distesa tra i cespugli di ruta e sambuco, aveva il volto ancora sereno, sembrava quasi che stesse dormendo.
L’abbiamo sollevata con delicatezza, ogni passo verso casa era una preghiera silenziosa. Le ho promesso che non l’avrei lasciata andare via come tutti gli altri, costi quel che costi.
XIV October (sera)
Non potevamo consegnarla alla città, alle fosse comuni, né lasciarla marcire nell’indifferenza.
Ho usato tutti i miei risparmi per pagare uno degli uomini che si occupava di bruciare i corpi dei malati secondo i riti antichi.
Ci hanno portate oltre il fiume, al di fuori delle mura cittadine, “Ustrinum”, così lo chiamavano tra loro. La terra era più scura e il cielo sembrava più basso. Tullia ha tracciato, sulla terra, segni antichi che diceva appartenere alle madri di prima. Io stringevo l’olla vuota tra le braccia, pronta a dirle addio.
L’uomo più alto cominciò a scavare con decisione una fossa che ospitasse il rito che stavamo per effettuare; a lavoro terminato, porse all’interno della fossa una piattaforma di legno. Posammo mia madre sopra essa, ed io, suggellai l’addio con un ultimo bacio sulla sua fronte gelida; a quel punto, accinsero le torce infuocate e appiccarono la grande fiamma.
Restammo lì finché il fuoco non si spense, finché il silenzio non tornò a fare rumore.
Poi, con mani tremanti, raccolsi le sue ceneri e le posai dentro la mia olla, guardai al suo interno per darle un ultimo saluto e fu in quell’istante che, per puro caso, le mie lacrime si mescolarono alle sue ceneri.
XV October
La notte mi inghiotte, fortunatamente, Tullia ha preferito dormire qui, con me; ad essere sincera, le ho chiesto io di rimanere; non sono pronta a sentire il silenzio invadere le stanze della casa.
Non abbiamo dormito molto, abbiamo passato la notte a pensare dove potessimo seppellire l’olla con le ceneri di mamma e a ricordare tutti i momenti passati insieme, per sentirla lì con noi. Dopo una lunga riflessione, abbiamo deciso di lasciarla riposare sotto il nostro albero di fico; non è assolutamente una cosa consueta, ma è….anzi era…. il nostro luogo. Sotto quell’albero mi ha insegnato a riconoscere la melissa dal rosmarino e proprio lì mi parlava della Dea Salus. Ė il luogo dove abbiamo riso più forte che potevamo, dimenticandoci che il mondo fuori ci voleva silenziose e invisibili.
Non credo servano altre parole. Solo terra, respiro e memoria.
Passammo per la necropoli, l’albero si trovava appena fuori da essa, anche per questo era il luogo perfetto, il connubio tra la tradizione della nostra terra e la tradizione della nostra famiglia, come al solito radici e cuore, gli ingredienti perfetti.
Una volta seppellita, Tullia mi ha aiutata a piantare le erbe che mamma amava cercare, così che fossero tutte lì, accanto a lei: timo, lavanda e assenzio. Tutto ciò che non avevo mai osato mescolare senza il suo sguardo a guidarmi. Ė stato come fare una sorta di offerta, come un ultimo gesto d’amore.
A te mamma.
[1] Dananai & Deru (2018), Pottery Function, Dining and Funerary Assemblages