Nel romanzo L’Epoca Felice di Cristina Comencini, le tre figlie hanno tutte nomi di fiori – Margherita, Rosa e Viola – quasi a evocare una promessa di armonia familiare destinata però a incrinarsi. Protagonista è la seconda figlia, Rosa, ormai adulta, che ritrova una fotografia scattata quando aveva quindici anni: accanto a lei compaiono la sorella maggiore, il fidanzato di quest’ultima e due amici.

L’immagine, pur ritraendo la felicità di quel momento, sembra “immobilizzarlo”, senza creare né un prima né un dopo, senza una narrazione fatta di parole.

Il romanzo alterna due piani temporali – il 1971 e il 2024 – mettendo costantemente in tensione passato e presente. Nel primo si colloca l’evento che segna in modo irreversibile l’esistenza della protagonista; nel secondo prende forma il tentativo di comprenderlo. Solo nell’ultimo capitolo i due tempi si ricompongono. Rosa non conserva alcun ricordo di ciò che è accaduto prima dei quindici anni: l’assenza di memoria non riguarda soltanto i fatti, ma anche la percezione di sé, rendendo incerto perfino il presente. Per questo si rivolge a Margherita con domande insistenti, quasi imploranti, nella speranza che qualcuno possa restituirle l’immagine della ragazza che è stata.

Fin dall’inizio anche la sorella minore, Viola, assume un ruolo decisivo, offrendo a Rosa un sostegno concreto e affettivo. È lei ad accompagnarla nella clinica dove era stata ricoverata e a restarle accanto durante l’incontro con il medico che l’aveva operata, come se la ricostruzione del passato richiedesse una presenza capace di reggere il peso di ciò che emerge. Le due sorelle di Rosa incarnano così modalità diverse di relazione con la verità: da un lato la reticenza, dall’altro la condivisione.

Prima del ricovero, Rosa era stata una bambina e un’adolescente esuberante, inquieta, incapace di stare ferma, tanto da essere bocciata due volte consecutive in quarta Ginnasio. Il suo comportamento generava tensioni all’interno della famiglia, almeno secondo il racconto di Margherita: “Mi ricordo che stavi male, piangevi e una sera sono venuta accanto al tuo letto, non riuscivi neanche a parlare.” Ciò che appare come vitalità e instabilità viene progressivamente interpretato come qualcosa da correggere, fino a trasformarsi in un problema da medicalizzare.

Dopo due mesi trascorsi in una clinica per la cura del sonno – pratica diffusa negli anni Settanta – Rosa perde completamente la memoria di quel periodo e di ciò che lo precede. Il padre, ossessionato dall’idea che un uomo possa sottrarre alla figlia autonomia e indipendenza, finisce per esercitare su di lei un controllo ancora più radicale, favorendo la cancellazione non solo dei ricordi, ma anche dell’esperienza della sua prima relazione sentimentale.

Secondo Rosa, il ricovero e i trattamenti subiti non avevano lo scopo di proteggerla – come le hanno sempre fatto credere i suoi genitori – ma piuttosto di preservare il loro equilibrio e l’immagine della famiglia. Questa consapevolezza emerge lentamente, anche grazie alla vicinanza di Viola e alla confessione tardiva di Margherita: “Viola si alza: ‘Lo sapevi?’ Margherita annuisce, pesca un fazzoletto nella borsa, si asciuga gli occhi. Rosa la guarda piangere.” In quel momento il silenzio che aveva tenuto insieme la famiglia si incrina definitivamente, lasciando spazio a una verità che non può più essere rimossa.

Per dare forma a ciò che affiora, Rosa torna a scrivere, recuperando una pratica che da ragazza le era naturale ma che dopo la clinica era diventata impraticabile. Inizia con brevi e-mail alle sorelle, poi passa a riflessioni sempre più analitiche, come se la lingua fosse l’unico strumento capace di riannodare i frammenti dispersi della memoria. La scrittura diventa così un luogo in cui il passato può finalmente assumere contorni riconoscibili.

In questo processo riemerge anche il ricordo del primo amore, Francesco, figura affine alla sua sensibilità e al suo impegno verso i bambini in difficoltà, nonché per il legame con l’Etiopia. Il loro rapporto, interrotto bruscamente, appare come una possibilità di vita rimasta in sospeso, travolta dalle decisioni degli adulti e dalle logiche familiari.

Possiamo dire, quindi, che l’“epoca felice” evocata dal titolo non coincide con un tempo realmente vissuto, ma con uno spazio di possibilità mai pienamente concesso: la felicità, per Rosa, non è un ricordo da recuperare, bensì qualcosa da conquistare attraverso la conoscenza di ciò che è stato rimosso.

Ilaria Bignotti Faravelli, psicologa

Comencini C. “L’Epoca Felice”, ed Feltrinelli, Milano, 2025.

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