l saggio di Stephane Allix nasce da un dolore personale: la morte del fratello che necessita di essere spiegata alla figlia Luna, oltre che a se stesso. E’ l’inizio di un viaggio, tra scienza e spiritualità, alla ricerca della vera essenza della vita. Non è sempre facile trovare spiegazioni, soprattutto nei confronti dei misteri più insondabili. Ma Allix ne ha trovata una davvero convincente e umana allo stesso tempo. Questo è un saggio che parla apertamente del valore della nostra anima che non può essere sminuito nemmeno dal capolinea ultimo.

La morte non esiste
Stephane Allix apre il suo bellissimo saggio con una lettera toccante alla figlia Luna la quale, come lui, è rimasta scossa dalla prematura morte dello zio, il fratello dello scrittore.
Il desiderio di indagare ogni aspetto che riguardi la morte, il funzionamento del corpo prima del trapasso, la trasformazione degli stati della coscienza, il valore delle connessioni animiche prima e dopo la morte, nascono, quindi, da una necessità oggettiva: rielaborare un dolore che, in prima istanza, era apparso all’autore profondamente ingiusto.
Nessuno di noi, generalmente, può scegliere quando e come morire. Ma una certezza è inequivocabile: si muore. Così come vi è un alone di mistero attorno al processo della dipartita. Perché di processo si tratta. Lo dicono le esperienze di premorte, così come narrate da coloro che hanno vissuto la sensazione di uno scollamento dal proprio corpo per vedere, come dall’esterno, ciò che accadeva sulla terra da un’altra dimensione. La ricerca proposta da Allix si è concentrata su un campione di persone in arresto cardiaco che, all’accertamento della morte clinica, avevano vissuto esperienze che, incredibilmente, avevano degli aspetti comuni. Ad esempio, l’assenza di angoscia e di dolore. La sensazione di distaccarsi da un corpo materiale per andare in un oltre dal quale erano stati respinti, a volte da persone care, perché, semplicemente, non era ancora giunta la loro ora.
L’esperienza di premorte coinvolge la coscienza profonda. Essa è in grado di interrogarsi, anche in assenza del corpo che le fa da involucro, anche senza quell’attività cerebrale di cui ci pregiamo, fin troppo, in vita. La coscienza è in grado di comprendere cose che, sulla terra, non era stata in grado di vedere e di capire, continuamente soggiogata da una mente che vive di archetipi, di sovrastrutture, di categorie che, per la coscienza, rappresentano la vera morte. Perché noi non abbiamo una coscienza, noi siamo la nostra coscienza. E la paura che percepiamo all’idea della morte che ci attende non appartiene alla coscienza, ma all’Io, che è mortale.
Allix giunge a questa consapevolezza attraversando, con coraggio, le fonti scientifiche e anche l’altro lato della materialità alla quale ci aggrappiamo, la fisica quantistica. Non siamo forse fatti anche di un’energia insondabile? Essa conduce i nostri passi durante la vita, ci guida ad incontrare le persone che siamo destinati a conoscere, ci permette di formulare le risposte e le soluzioni che, in certe circostanze, eravamo certi che non avremmo mai trovato. E, molto probabilmente, facendo affidamento alla sola cognizione e alle sole certezze culturalmente costruite, e che appartengono radicalmente all’Io, sarebbe proprio stato così. Non le avremmo trovate.
Se tutto quello che abbiamo appena detto è vero, perché la nostra coscienza, la nostra vera essenza, dovrebbe abbandonarci proprio nel momento più indecifrabile, in cui abbandoniamo tutte le nostre certezze, per inseguire una luce sconosciuta nei confronti della quale, nella migliore delle ipotesi, nutriamo solo una flebile speranza?
Il dolore è il vero grande problema. E, di conseguenza, la paura. Perdere chi amiamo è, a qualsiasi età e in qualsiasi momento della vita, un’esperienza traumatica. Ci condiziona, plasma il nostro essere. Ci conduce al desiderio di conoscere quell’oltre dal quale, però, contemporaneamente, rifuggiamo, perché siamo divorati dal dubbio, ancorati come siamo alla materia.
Il viaggio nella spiritualità, oltre che nella scienza, che Allix propone è un invito ad abbandonare le sovrastrutture, i pregiudizi, tutto ciò che abbiamo sempre creduto di conoscere. Occorre abbandonarsi alla volontà di capire qualcosa che, all’inizio, non comprenderemo fino in fondo. Ma, una volta colta, non potremo più tornare ad essere quelli di prima.
A livello sociale, politico, economico, che cosa sarebbe delle nostre vite, e del nostro destino, se divenissimo, una volta per tutte, consapevoli che la morte non esiste? Se, davvero, smettessimo di avere paura del mistero più grande che da sempre attraversa la storia e la vita umana?