L’opera che Frank Ostaseski ha saputo realizzare non è solo un esempio di come preparazione scientifica ed etica umana possano formare un meraviglioso connubio. Lo Zen Hospice è un luogo di crescita, il che sembrerebbe quasi paradossale se pensiamo a questo come un contesto finalizzato ad accompagnare chi è prossimo a morire. Eppure, la morte ci insegna proprio questo: che nessun istante è inutile, se lo sappiamo cogliere come un’opportunità per portare noi stessi più vicino a ciò che siamo veramente.

Frank Ostaseski, Saper accompagnare. Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte, Oscar Mondadori, 2023

Frank Ostaseski è direttore dello Zen Hospice Project di San Francisco. Dire che del fine vita e dell’accompagnamento alla morte è un esperto sarebbe riduttivo. Ostaseski non è solo un docente che ha saputo fare della cura dei malati terminali una professione qualificata: egli è soprattutto un uomo che ha saputo rendere la cura della vita una vera e propria cultura.

L’esperienza dell’accompagnamento alla morte gli ha permesso di definire se stesso, di riappropriarsi dei confini della propria esistenza. Morire è una certezza. Eppure, ciascuno di noi vive come se non ne fosse consapevole. Nemmeno quando a lasciarci sono le persone a noi più vicine e più care. Eppure, avere il coraggio di guardare alla nostra caducità renderebbe la nostra stessa vita un’esperienza irrinunciabile nella sua pienezza. Quale sapore avrebbe il caffè del mattino, quale amore percepiremmo nell’abbraccio di un amico, con quali occhi guarderemmo un qualsiasi tramonto se sapessimo che questo è il nostro ultimo giorno?

Le persone che giungono allo Zen Hospice sanno che il loro destino è segnato. Ed è proprio per questo che la missione degli operatori è quella di rendere onore e valore ad ogni singolo giorno della vita che resta. Perché di vita si tratta, nonostante tutto. Ecco che allora diviene imprescindibile il contatto umano, che ai pazienti non viene mai negato; così come la cura dei pasti, il contatto con la propria confessione religiosa, se ce n’è una.

Diviene fondamentale anche il valore del perdono. Accettare di morire significa lasciar andare, prima ancora del proprio corpo, ciò che attanaglia la nostra anima. Riconciliarsi con se stessi, con le persone che amiamo è un passo importantissimo per prepararsi alla nuova tappa del viaggio. Anche la persona che muore deve perdonare se stessa. Per la rabbia che prova nell’accettare un destino che, molto spesso, reputa ingiusto, per resistere alla rabbia e alla paura di non potersi più lasciare cullare da un abbraccio. Persino chi rimane deve perdonare. Perdonare chi se ne sta andando, perché chi resta solo non conosce intimamente l’invincibilità della morte. Tende, anche inconsapevolmente, ad attribuire una qualche forma di volontà a chi lascia la sua mano per sempre. Chi muore, in qualche modo, è come se si arrendesse all’ineluttabilità che ci pervade. Chi rimane deve, infine, perdonarsi per tutti i sentimenti che non riesce a governare e che, verosimilmente, lo accompagneranno anche nella fase del lutto.

E la morte arriva. Nessuna preparazione garantisce di preservarsi dal senso di vuoto, dalla tentazione di allontanarsi il prima possibile da ciò che si considera un dolore troppo grande. Una madre ha perso un bambino di otto anni. Ostaseski l’ha presa per mano, l’ha guidata a disinfettare le ferite del figlio, a lavare la sua salma, a vestirla come lui avrebbe voluto. Quanto dolore ci può essere in questo ultimo gesto? Credo che non esistano parole per poterlo descrivere. Eppure, questo estremo rituale di cura le ha permesso di riconciliarsi con qualcosa di inspiegabile. La madre, al termine di questo processo, era serena. Lontana dalla vita di prima, consapevole che nulla sarebbe più stato come lei lo ricordava. Ma serena nella certezza di avere amato suo figlio fino alla fine, di averlo accompagnato in quell’oltre dal quale nessuno è mai tornato indietro.

Quella dello Zen Hospice è una realtà che non trova un suo eguale in molte parti del mondo. Perché serve dedizione nell’accogliere la vita per quella che è per potersi avvicinare con il dovuto rispetto alla morte. Nella consapevolezza che nessuna esperienza di accompagnamento al fine vita ci rende veri esperti. Ci rende semplicemente un po’ più umani. Ed è questa ricchezza a colmare il vuoto di un mondo che spesso perde il senso dell’orientamento, colpita da una frenesia che fa dimenticare a ciascuno ciò che è e ciò che può essere per gli altri. L’accompagnamento alla morte ci insegna che non esiste un’occasione migliore di fare della nostra vita un capolavoro che quella del qui ed ora. Con ciò che abbiamo. Così come siamo.

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