I legami affettivi ci conducono lungo tutta la vita. E la perdita di qualcuno (o qualcosa) a noi caro porta sempre un vuoto che è proporzionale al grado di specialità del rapporto con chi c’era e poi smette di esserci. Non tutte le perdite sono uguali, ma nessuna può essere ignorata o minimizzata. In questa storia si parla di una bimba di tre anni e la sua bambola Sofia. In realtà, Cecilia e Sofia ci raccontano della loro amicizia e del loro distacco improvviso.

Sofia

Ciao, sono Cecilia. Oggi vi racconterò la storia della mia amicizia con Sofia.

Ero in vacanza con la mia famiglia, in montagna, in giro per il Trentino-Alto Adige, in realtà non ricordo nemmeno bene il paese preciso. Ricordo bene che pioveva tanto e che ci siamo riparati in un negozio. E ricordo molto molto bene quel negozio di giocattoli in cui siamo entrati. Era pieno zeppo di giochi di ogni tipo: macchinine e camioncini che piacciono a mio fratello Andrea, ma a me per niente, e poi carte da gioco, portachiavi… Tutto molto bello per Andrea, ma niente che mi piacesse… mamma e papà avevano detto di scegliere un gioco a testa da portare come souvenir a casa (souvenir… che bella parola!!!). Io e Andrea non riuscivamo a decidere cosa comprare, per motivi opposti: lui avrebbe voluto tutto, mentre a me non interessava proprio niente. Non mi era mai capitato prima di entrare in un negozio di giochi con niente, ma veramente niente, di interessante. Poi ho visto una porticina, quasi nascosta da una parrucca da indiano e sono entrata in un’altra stanza: quello si che era un luogo da sogno per bimbi e bimbe di tre anni… peluche di ogni tipo, collane, anelli e ogni cosa si potesse mai desiderare. Poi c’era lei, una bambolotta carinissima con la pelle color cioccolata, in una morbidissima tutina rosa con i piedini color dell’arcobaleno, e un cappuccio unicorno multicolore. Ho capito subito che saremmo diventate grandi amiche.

E le amiche si chiamano per nome… “Arianna? Aurora? Ho trovato, tu sarai Sofia!”. E lei mi ha guardato con i suoi occhioni, facendomi capire di essere d’accordo… amava quel nome!

Faceva trekking con me, mangiava sul mio seggiolone (io ero abbastanza grande da poterne fare a meno per un’amica), decideva con me i vestiti della sera, metteva il mio profumo. Condividevamo proprio tutto.

Tornata a casa, la mostravo a tutti i miei amici e alle mie amiche, alle maestre, agli zii, ai nonni. Tutti conoscevano Sofia!

Verso la fine dell’estate, era arrivato il momento di partire per le vacanze. Si va in Sicilia! In aereo. Bello volare ma… non si può portare tutto quello che si vuole. Pochi giochi per me e altrettanti per Andrea. Non mi importa, a me basta Sofia!

“Mamma, non vorrai mica farla andare giù con le valigie? La tengo in braccio, così guarda il panorama dal finestrino.”

Eravamo inseparabili: la mattina si svegliava con me e la sera si addormentava con me… un po’ dopo di me, credo, perché non l’ho mai vista con gli occhi chiusi.

Era con me in riva al mare a Marzamemi, era con me anche nell’Orecchio di Dionisio a Siracusa, ed ancora quando abbiamo visitato Ragusa Ibla. Era con me nella cattedrale di Modica a guardare la meridiana. Addirittura, era con me in barca ai Giardini Naxos e a guardare uno spettacolo a teatro a Taormina. Era con me a guardare da vicino l’Etna eruttante.

Ma la mattina della partenza, mentre mamma e papà chiudevano le valigie, faceva veramente tanto caldo nel parco giochi all’aperto dell’agriturismo dove pernottavamo. È per questo che, mentre giocavo tra scivoli e altalene con Andrea, ho deciso di riparare Sofia dal sole, mettendola in una casetta lì vicino. Lei era così piccola… e non aveva neanche messo la crema protettiva…

Quando papà ci ha chiamato per prendere gli zaini e controllare che le borracce fossero piene, era tutto pronto in macchina per cominciare il viaggio del ritorno.

Solo un altro giro sull’Etna e poi via all’aeroporto… ma, quasi arrivati all’aeroporto, sentivo che mi mancava qualcosa… ma cosa?

Sofiaaaaaaaaa!

Ero triste per averla lasciata da sola, ero arrabbiata perché era rimasta lì e mi aveva lasciata da sola. Senza chiamarmi. Ero disperata… come avrei fatto senza di lei? E come avrebbe fatto lei, senza di me? Aaaaaaargh! No, non può essere vero!

Ciao, sono Sofia. Prima di incontrare Cecilia ero solo la bambola vestita di rosa esposta in un negozio vicino a decine, ma che dico, centinaia, migliaia di altri giocattoli.

Tutti i giorni ci passavano davanti tanti bambini e, di tanto in tanto, qualcuno di noi, volesse o no, era costretto ad andare con loro. Certo, i bambini sono tutti belli e divertenti, ma almeno ogni tanto si può chiedere il nostro parere?

Non sapevamo se sperare di non essere scelti e rimanere a casa nostra, oppure desiderare una vita in un altro posto, a casa di un bimbo o una bimba. “Chissà se mi vorranno bene, almeno un pochino dico… e chissà se di notte, in inverno, sarò accatastata tra i giocattoli dimenticati in una cesta fredda e buia oppure in un caldo lettino illuminato da una lucina, abbastanza forte per farmi riconoscere gli oggetti, ma abbastanza fioca per permettere di rilassarsi e di riposare”.

Nessuno era mai tornato indietro per raccontarci. In realtà, solo uno… Bucatino, un peluche di cane, un dalmata o come si chiamano quei cuccioli bianchi a macchie nere, sì, Quelli della carica dei 101. Lui sì, era stato comprato ma poi, come per magia, è ritornato da noi due giorni dopo, per poi rimanere sempre con noi. Giorgino, il bimbo che lo aveva scelto, aveva deciso di restituirlo quando si è accorto che da un buchetto nella stoffa, proprio sotto la coda, usciva un po’ di lana. Non si chiamava Bucatino mica per caso lui? Non ci aveva mai raccontato un granché del mondo là fuori.

E poi, un giorno, sento due bambini urlare, ora di gioia, ora per rimbrottarsi a vicenda. Voci squillanti e simpatiche, con un accento leggermente emiliano-romagnolo. Potevano avere tra i 3 e i 5 anni. Ed ecco lei che varca la porticina, grande solo un po’ più di me, magrolina e con i capelli biondissimi un po’ boccolosi, un po’ disordinata e completamente bagnata fino alle ginocchia (si sarà divertita veramente tanto tra le pozzanghere fuori!). Mi ha guardato, l’ho guardata. Come dicono i grandi? Un colpo di fulmine… io ero diventata Sofia e lei mi aveva portata con sé. Mi sono subito fidata di lei, come se ci conoscessimo da sempre.

Mi avrebbe portato fino in capo al mondo… eravamo sempre insieme.

Tutto il mondo non l’abbiamo girato, ma l’Italia l’abbiamo praticamente attraversata tutta, dalle Alpi alla Sicilia.

Ed è proprio in Sicilia che è successo qualcosa… stavamo per tornare. Faceva molto caldo ed eravamo in una sala giochi all’aperto. Ceci era preoccupata per me, ero piccola e potevo sentirmi male. Mi ha riparato così bene in una casetta di legno che, mi ha dimenticata lì.

“Si, dai, mi ha dimenticata. Non mi ha abbandonata. O forse sì? Le avrò fatto qualcosa di male?”

Ma tra amici si sa, se ci si fa qualche dispettuccio, poi passa tutto. Doveva proprio essersi dimenticata. E io mi sentivo sola, molto sola. Perché non era stata più attenta? E una lacrima mi è scesa sul viso o, forse, era una goccia di pioggia entrata dalla finestrella della casa.

Molti bimbi hanno giocato con me in quei giorni, ma nessuno era Cecilia. A volte sentivo qualche vocina da lontano che mi illudeva fosse lei. Ma non era mai lei!

Poi un giorno la proprietaria dell’agriturismo si è avvicinata. “Dov’è?” parlava al telefono “Nella casetta!” sussurrava.

Cosa mai le avrò fatto?  Sentivo solo l’umidità e il caldo… l’afa! E lì mi scappò un sorriso… afa era una parolina che tanto faceva divertire Cecilia. Che continuava a urlare “Palindoma, palindoma”. Non so cosa significhi, ma il fratellone, Andrea, le aveva detto che “afa” era palindroma. A noi non importava, ci faceva però veramente sbellicare dalle risate.

Mi hanno presa e messa in una scatola

 Non mi hanno fatto male ma, “Aiutooo” e, senza dirmi niente, rumore di scotch e… tanto buio!!!

Mi sento tanto tanto sola… e non ero mai stata così al buio. Sentivo solo odore di cartone e tanta tanta umidità addosso.

Ora che ci penso, era anche tutto silenzioso. Anche una civetta in lontananza aveva smesso di cantare…

Poi di nuovo rumori, sballottamenti, poi silenzio. Freddo… caldo… l’unica cosa che non cambiava era il buio; ormai non vedevo la luce da… da?… Non ne ho idea! Veramente tanto. Poi ho pensato un attimo a Cecilia e, non so neanche perché, mi sono subito tranquillizzata e sono convinta di aver anche accennato un piccolo sorriso.

“Mamma, secondo te Sofia starà bene? Avrà trovato qualche nuovo amichetto che le vuole bene” sicuramente sì, è così carina lei. Mi manca ancora, ma sono felice di averla conosciuta e sarà per sempre la mia migliore amica! Non la dimenticherò mai e la porterò per sempre nel mio cuore.

Mentre ci pensavo… “Driiiiiin” Chi sarà mai a quest’ora (sono le 2 o forse la 3)?

Mamma mette le scarpe… è un pacco! Chissà quale libro inutile da grandi avranno comprato. Uno di quegli ammassi di fogli senza nemmeno una figura e tutti quei… ih ih, geroglifici. In altro parolone del fratellone, per dire scarabocchi incomprensibili.

E invece… “Ceci, un pacco per te!”. L’ultima volta che mi era capitato erano le scarpine per il mare… fantastiche, ma 2 o 3 numeri più grandi! Le avevo dovute restituire anche se erano meravigliose, tutte rosa e di Minnie.

Forbici, strappi… ma quanto scotch… apro il pacco e…

Ero stanca, esausta, come dice sempre Ceci quando non ce la fa più a tenere gli occhi aperti e deve fare ancora la doccia e mettere il pigiama. Ancora urla, sballottamenti e poi una specie di allucinazione, però dalle orecchie, mi è parso di sentire una voce familiare che ha detto “scendo subito”. Poi altre voci indistinte e rumore di scotch e sballottolìo…

“Sofia! Ma è Sofia!”

“Cecilia!”

Ora che ci siamo trovate non ci lasceremo mai più.

Gianluca Viola