Accostare i due termini, vendetta e maternità, può sembrare ardito, ma Mastrocola mostra come possano procedere di pari passo, anche sull’Olimpo. Raccontando la storia di Efesto, dio del fuoco, il libro Il dio del fuoco esplora l’amore materno e le sue ombre. Umiliata dai tradimenti di Zeus e dai numerosi figli avuti fuori dal matrimonio, Era decide di concepire da sola un figlio, chiedendo aiuto alla ninfa del mare Teti.
Il parto avviene in solitudine e l’esito è sconvolgente: “[Non ebbe] un attimo di esitazione, afferrò il figlio per quei piedi sbagliati e lo buttò giù. Lo lanciò nel vuoto. […] Che i suoi occhi non si posassero mai più su quello scempio, su quell’offesa, e lei fosse libera dalla vergogna. […] Quel parto non è mai avvenuto, quel figlio non è mai nato. Non esiste nessuna madre, non esiste nessun figlio.”.
Il neonato cade nel vuoto e il suo viaggio dura nove giorni e nove notti, fino a quando si accovaccia sul fondo del mare. Qui Teti e Eurinome lo raccolgono e lo crescono come un figlio, senza svelargli la verità sulle sue origini: “Lo allevarono come un figlio, segretamente, per nove anni, nella grotta sottomarina”.
Lo chiamano Efesto, “colui che rischiara il giorno” [p. 9]. Le sue difficoltà fisiche segnano profondamente la crescita, ma nella fucina trova uno spazio di rifugio e pace: “un artista è sempre in esilio. Nella fucina, Efesto trovava pace”.
Il rapporto con le due madri cambia quando Efesto sale sull’Olimpo e incontra Era. La dea lo considera un ottimo fabbro, nulla di più, e gli commissiona un trono solo per sé. Efesto accetta, lusingato, e costruisce un trono maestoso, vietando a Teti di provarlo per prima.
Allora Teti gli rivela la verità: “ti ha partorito e ti ha buttato nel vuoto. […] È lei tua madre”. Sconvolto, Efesto trasforma il trono, pur nella sua bellezza regale, in un’arma di vendetta contro colei che lo aveva rifiutato alla nascita.
Solo alla fine del libro Efesto comprende di aver vissuto per onorare Era nella sua morte, morte che non può avvenire. Era non lo guarderà mai negli occhi, nemmeno quando lui entra nell’Olimpo come dio del fuoco. Questa assenza lo segna per sempre, rendendolo incapace di amare pienamente.
La sua sofferenza non è solo fisica: la parola gli sfugge quasi sempre, sostituita dall’azione. Così la vendetta diventa la risposta naturale alle offese, quando il dialogo avrebbe potuto almeno in parte sciogliere i conflitti.
Se Eurinome e Teti avessero svelato subito la verità, accompagnandolo a elaborare il dolore dell’abbandono, probabilmente il rancore di Efesto sarebbe stato meno intenso. Generoso con gli dèi, ma incapace di raccontarsi persino agli amici o alla sposa Afrodite, trova ascolto solo in Fiamma, un automa creato da lui e capace di amare. Ormai quasi cieco, saprà ricambiare quell’amore? Saprà restituire un sorriso?
Ilaria Bignotti Faravelli, psicologa
P. Mastrocola, Il dio del fuoco, Einaudi, Torino, 2024.